La trappola amletica del linguaggio

La tragedia dell’Amleto non si lascia comprendere. La sua ambiguità gioca sull’ambiguità del linguaggio, la stessa attraverso cui noi, proprio adesso, stiamo provando a rendere il non-concetto. L’evidente oscurità dell’opera ha stimolato il commento di illustri pensatori. Il succo del frutto amletico è stato cercato – ma invano trovato – una volta nel celebre “dubbio” (essere o non-essere, e questo non è il problema), un’altra nella decisione (o meglio, nell’indecisione), un’altra ancora nel meta-teatro del terzo atto (scena seconda), e così via. C’è chi in Amleto ha voluto vedere l’eroe romantico per eccellenza (Hegel, ma anche Kierkegaard), chi l’intima coscienza dell’uomo moderno, religiosa e scissa tra paganesimo e cristianesimo (Florenskij), chi, ancora, l’espressione più compiuta del dionisiaco (Nietzsche).

 

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Credere l’incredibile (del linguaggio)

Pensare la trascendenza nell’orizzonte di un’immanenza è possibile, per noi, solo a partire da quest’ultima. Ciò non significa, però, né che la trascendenza, per chiamarci a sé, abbia bisogno di rimanere nei soli limiti dell’immanenza, né che a partire dall’immanenza, origine di ogni nostro pensato, si possa facilmente eluderne il vincolo vitale per guadagnarne una trascendenza (a quel punto) omicida. La storia dell’umanità, caratterizzata dal rapporto tra due polarità, che per ragioni di comodità chiamiamo immanenza trascendenza, rischia di cessare come tale nell’istante in cui questo rapporto, anziché essere risolto per una via (egoismo) o per l’altra (alterità), non viene più pensato nella sua ambiguità.

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I meme salveranno il Cattolicesimo?

E’ ormai da qualche tempo che la mia bacheca di Facebook, per una scelta più o meno consapevole, è passata da “post” più o meno seri sui temi davvero importanti per la mia esistenza (l’arte, la poesia, la filosofia, il cinema e, udite udite, la religione) a “immagini” con brevissime didascalie, niente affatto primariamente attinenti al tema significato, ironiche (ma di un’ironia davvero acuta), e pregne di simbolicità: sto parlando di ciò che è comunemente conosciuto come “memes”.

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Dalla pagina “Aristotelian Memes”

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Giovanni Scoto Eriugena

A Giovanni Scoto Eriugena (810-877 circa) Gilson dedica un corposo capitolo della sua opera. Questa figura, tema di dibattiti serrati non solo tra gli studiosi moderni ma anche tra quelli a lui contemporanei, nasce in Irlanda e giunge in Francia tra l’840 e l’847. Vive, qui, alla corte di Carlo il Calvo. La sua dottrina, condannata dai concili di Valenza e di Langres nell’855 e nell’859, merita d’essere approfondita per la sua stessa interna problematicità. Chi vuole difenderlo si trova costretto ad ammetterne il velato panteismo, chi vuole accusarlo di panteismo si rende conto, ben presto, ch’egli ha poco a che fare col panteista. Quali sono le ragioni di una tale difficoltà?

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Il viandante che ascolta l’essere

Solo chi è in grado di ascoltare può comprendere. Colui che ascolta, tace. E solo chi tace, infine, può «dire». L’assenza di «nomi sacri», per esprimerci col detto del poeta Hölderlin (1770-1843), è un’ineluttabile quanto luttuosa verità del postmoderno. Questa verità è tale non in virtù di un silenzio poetico, né tantomeno religioso, dell’uomo, bensì in virtù di un celarsi – nel senso del nascondimento – del dio all’uomo.

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