Un calcio al vuoto dell’esistenza. Albert Camus e il pallone

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Albert Camus (1913-1960)

Introduzione. Distogliere dal mito della citazione sulla morale

La genesi del rapporto tra Albert Camus e il calcio è spesso ridotta alla celebre – quanto inesatta – citazione che recita: “Ce que je sais de la morale, c’est au football que je le dois” (Quel che so della morale lo devo al calcio). Come cercheremo di mostrare, però, queste parole riassumono in modo approssimativo sia 1) il rapporto di Camus col pallone sia 2) il ruolo che questo sport ha avuto sul Camus politico, letterato, filosofo. Continua a leggere “Un calcio al vuoto dell’esistenza. Albert Camus e il pallone”

È ragionevole credere che

Ripercorrere la storia bibliografica del dibattito fede-ragione è a tal punto proibitivo che sarebbe presuntuoso accennarne qui anche i più rapidi mo(vi)menti di pensiero. In un certo senso, tutta la nostra ricerca – quella faticosa e invisibile come quella meno faticosa e in questo blog visibile – ruota intorno a questi due termini. La fede e la ragione. Perché, però, non “la ragione e la fede”?

Il linguaggio filosofico non è il linguaggio matematico e cambiando l’ordine degli addendi cambia anche il risultato. In questo senso, ma accenniamo il problema senza entrarne nel merito, il titolo di questo articolo tradisce già l’adesione ad una certa filosofia. Sta al lettore giudicare quale.

Ma prima ancora di giocare ad “indovina chi (cosa)”, è bene introdurre, anche in poche righe, l’autore che guida queste rapide riflessioni: Jean-Luc Marion è uno dei massimi esponenti di quella fenomenologia della religione che, studiando con dedizione il pensiero di Edmund Husserl, si è fin da subito interrogata sulle possibilità – parola che Marion innalza al di sopra delle altre in regime di fenomenologia – che questa filosofia apre alla religione. La religione ha dunque bisogno di una filosofia? O anche: la fede ha davvero bisogno della ragione? Il sospetto che la domanda sia vana tradisce un malinteso che Marion smaschera fin da subito: infatti, «la fede ha le sue ragioni e la ragione scientifica le sue credenze»[1]. Continua a leggere “È ragionevole credere che”

La trappola amletica del linguaggio

La tragedia dell’Amleto non si lascia comprendere. La sua ambiguità gioca sull’ambiguità del linguaggio, la stessa attraverso cui noi, proprio adesso, stiamo provando a rendere il non-concetto. L’evidente oscurità dell’opera ha stimolato il commento di illustri pensatori. Il succo del frutto amletico è stato cercato – ma invano trovato – una volta nel celebre “dubbio” (essere o non-essere, e questo non è il problema), un’altra nella decisione (o meglio, nell’indecisione), un’altra ancora nel meta-teatro del terzo atto (scena seconda), e così via. C’è chi in Amleto ha voluto vedere l’eroe romantico per eccellenza (Hegel, ma anche Kierkegaard), chi l’intima coscienza dell’uomo moderno, religiosa e scissa tra paganesimo e cristianesimo (Florenskij), chi, ancora, l’espressione più compiuta del dionisiaco (Nietzsche).

 

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Credere l’incredibile (del linguaggio)

Pensare la trascendenza nell’orizzonte di un’immanenza è possibile, per noi, solo a partire da quest’ultima. Ciò non significa, però, né che la trascendenza, per chiamarci a sé, abbia bisogno di rimanere nei soli limiti dell’immanenza, né che a partire dall’immanenza, origine di ogni nostro pensato, si possa facilmente eluderne il vincolo vitale per guadagnarne una trascendenza (a quel punto) omicida. La storia dell’umanità, caratterizzata dal rapporto tra due polarità, che per ragioni di comodità chiamiamo immanenza trascendenza, rischia di cessare come tale nell’istante in cui questo rapporto, anziché essere risolto per una via (egoismo) o per l’altra (alterità), non viene più pensato nella sua ambiguità.

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I meme salveranno il Cattolicesimo?

E’ ormai da qualche tempo che la mia bacheca di Facebook, per una scelta più o meno consapevole, è passata da “post” più o meno seri sui temi davvero importanti per la mia esistenza (l’arte, la poesia, la filosofia, il cinema e, udite udite, la religione) a “immagini” con brevissime didascalie, niente affatto primariamente attinenti al tema significato, ironiche (ma di un’ironia davvero acuta), e pregne di simbolicità: sto parlando di ciò che è comunemente conosciuto come “memes”.

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Dalla pagina “Aristotelian Memes”

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