È ragionevole credere che

Ripercorrere la storia bibliografica del dibattito fede-ragione è a tal punto proibitivo che sarebbe presuntuoso accennarne qui anche i più rapidi mo(vi)menti di pensiero. In un certo senso, tutta la nostra ricerca – quella faticosa e invisibile come quella meno faticosa e in questo blog visibile – ruota intorno a questi due termini. La fede e la ragione. Perché, però, non “la ragione e la fede”?

Il linguaggio filosofico non è il linguaggio matematico e cambiando l’ordine degli addendi cambia anche il risultato. In questo senso, ma accenniamo il problema senza entrarne nel merito, il titolo di questo articolo tradisce già l’adesione ad una certa filosofia. Sta al lettore giudicare quale.

Ma prima ancora di giocare ad “indovina chi (cosa)”, è bene introdurre, anche in poche righe, l’autore che guida queste rapide riflessioni: Jean-Luc Marion è uno dei massimi esponenti di quella fenomenologia della religione che, studiando con dedizione il pensiero di Edmund Husserl, si è fin da subito interrogata sulle possibilità – parola che Marion innalza al di sopra delle altre in regime di fenomenologia – che questa filosofia apre alla religione. La religione ha dunque bisogno di una filosofia? O anche: la fede ha davvero bisogno della ragione? Il sospetto che la domanda sia vana tradisce un malinteso che Marion smaschera fin da subito: infatti, «la fede ha le sue ragioni e la ragione scientifica le sue credenze»[1].

Come può la fede avere delle ragioni – o anche solo una ragione? Non è richiesto infatti, al credente, di credere? La sapienza di questo mondo, citando san Paolo, non è stoltezza al cospetto di Dio? O anche, non saranno beati coloro che crederanno senza aver visto[2]? Nel testo sacro è pieno di parole come questa. Cosa è, però, parola – almeno nel contesto religioso? In origine, il Verbo. Parola di Dio. E come chiamiamo, anche, la Parola con la “p” maiuscola? Cristo, ovvero il Logos. Scrive Marion:

 

Credere senza la ragione equivale […] a disprezzare Colui nel quale avremmo la presunzione di credere. In primo luogo perché, come sottolinea Pietro, dobbiamo essere «…pronti a rispondere (apologia, “tessere la difesa”) a chiunque ci chiederà le ragioni (logos) della fede che è in noi» (1Pt 3,15). Credere senza sapere in che cosa, né per cosa non solo non fa crescere la fede, ma finisce con l’alterarla, se non addirittura col ridicolizzarla.

 

Risultato immagini per jean luc marion"
Jean-Luc Marion nel 1995, ritratto da Louis Monier (Getty Images)

 

Il credente, nella propria fede, dovrà «…rendere conto (apodidonai logon) a colui che giudicherà i vivi e i morti». Non si tratta, cioè, di giustificarsi dinnanzi agli atei, ma a quello stesso Dio nel quale si afferma di credere. Non è un caso se il primo grande pensatore cristiano, Giustino, è detto, oltre che filosofo, martire. Giustino martire. Come è noto, il termine “martirio” deriva dal greco e significa originariamente “testimonianza”. Lo stesso dicasi, prosegue Marion, di Massimo il Confessore, filosofo e martire come Giustino – pur di non fargli pronunciare il Vero, gli tagliarono la lingua.

Iniziamo a vedere un collegamento più stretto del previsto tra filosofia e fede. Radicalizziamo la questione: e se la filosofia, portata alle sue estreme conseguenze – cioè al proprio iniziale respiro –, non fosse proprio l’amore di Dio in quanto Verità? L’etimologia di “filosofia”, da questo punto di vista, non mente: amore della sapienza – lasciamo qui volutamente ambiguo il doppio significato del genitivo (insieme oggettivo e soggettivo). Scrive Marion:

 

Stranamente, la fede ci appare dunque dapprima come una questione filosofica, poiché, conclude Agostino, «il vero filosofo è colui che ama Dio (verus philosophis est amator Dei)» (La Città di Dio VIII,1).

 

Risultato immagini per dio senza essere marion"
Per iniziare un dialogo con J.-L. Marion, imprescindibile rimane l’opera “Dieu sans l’l’être” (1982), tradotto in italiano da C. Canullo per Jaca Book

 

In un tempo d’indigenza come il nostro, qual è il pericolo più grande? Che siano gli stessi cristiani ad essersi dimenticati della propria missione: annunciare al mondo il Figlio di Dio attraverso il comandamento che Lui Stesso ci ha dato: «Dio è amore» (l Gv 4,16) e «Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27, citando Dt 6,5 e Lv 19,18). La fecondità di un tale annuncio è inversamente proporzionale alla certezza d’averlo compreso. Noi non abbiamo ancora compreso la grandezza di questo annuncio. L’amore, in primo luogo, non si comprende; non si capisce come amare per poi amare. Si ama punto.

 

Si ama sempre senza condizioni, soprattutto senza porre mai la condizione della reciprocità; […] che un amore sia rifiutato o disprezzato, insomma non ricambiato, nulla toglie al fatto che sia un amore perfetto, che si compie senza bisogno d’altro; un dono ricusato è pur sempre un dono. In tal modo, amare dipende solo dall’amore. Da questo deriva la creazione, come l’anteriorità incondizionata e unilaterale dell’amore sull’essere. Certezza.

 

L’anteriorità dell’amore sull’essere, scrive il fenomenologo. Marion ha in mente Heidegger, senza alcun dubbio. Forse, però, il silenzioso riferimento al pastore dell’Essere non è che un altro modo di denunciare quella ipocrisia che Levinas – altro autore di riferimento di Marion – già salutava in Totalità e Infinito: la tradizione occidentale vivrebbe cioè con due piedi in un’unica staffa. Filosofia e religione. Ragione e fede. Ma non basta.

Non basta perché se Levinas, nel corso della propria produzione, ha tenuto separata la propria confessione – Levinas è acuto studioso ed esegeta del testo sacro – dalla propria filosofia – per Levinas religione è l’espressione del Volto di Altri che io, l’ego, accolgo (ascolto) mantenendone la distanza; dunque, per Levinas, almeno in fenomenologia, la religione è etica –, per Marion il piano non si ribalta, ma si sovrappone: «i cristiani non hanno nulla di meglio da proporre alla razionalità degli uomini».

 

Risultato immagini per reduction ed donation marion"
Un altro, e più complesso, ma per Marion fondamentale, capolavoro del fenomenologo francese: “Réduction et donation”, scritto successivo a “Dio senza essere”

 

Ecco allora che, proprio nel momento in cui il discorso par essere sola religione (cristiana), spunta la parolina magica della fenomenologia: possibilità. La tesi di questo articolo, se di tesi si può parlare, è che qui come altrove Marion intrecci consapevolmente la fenomenologia alla religione, facendo risuonare l’ambiguità del doppio genitivo presente in “fenomenologia della religione”:

 

Cristo, colui che crede, purché creda per amore e nell’amore, condivide proprio questo privilegio: «Invece tu puoi! tutto è possibile a colui che crede». La risurrezione di Cristo lo dimostra e dunque la nostra diviene possibile. Possibilità (corsivo nostro).

 

La nostra possibilità. Nostra, di chi? Del proprio ego? Ma cosa è l’ego se non l’ego riconosciuto da un altro? Qui i riferimenti a Levinas, come è chiaro, si sprecherebbero. Lasciamo parlare Marion: «bisogna “…aver conosciuto Dio o piuttosto essere stati conosciuti da Dio” (Gal 4,9, corsivo nostro). L’altro, che mi ama, si mostra più interiore a me di me stesso. Ego fondatore perché fondato».

Ma c’è un’ultima, fondamentale, caratteristica dell’amore. Quando amo, infatti, sia che l’amore sia rivolto ad una persona, sia che sia rivolto ad una cosa (qui cambia poco), in entrambi i casi l’ego, fondato dall’altro, si rivolge all’alterità. È come se rispondesse domandando, è come se vedesse chiudendo gli occhi, conoscesse senza acquisire alcuna conoscenza.

 

Solo l’amore riesce a conoscere l’altro, poiché crede nell’altro per eccellenza. Infatti, per conoscere ciò che ama, l’amore non ha affatto bisogno di raffigurarselo, né di concettualizzarlo, ovverosia di ricondurre[3] il conosciuto a sé. Piuttosto, ciò che ama gli apparirà nella stretta misura in cui, amandolo, lo scruterà, e, scrutandolo, si sposterà in lui. Solo l’amore può conoscere oltre sé stesso, perché solo l’amore si sposta fuori da sé stesso e può «…conoscere l’amore di Cristo che supera la conoscenza» (Ef 3,19). Una simile conoscenza per trasferimento nel conosciuto, di fatto nell’amato, si chiama comunione. Sapere dell’alterità.

 

Philosophia ancilla fidei, dunque. Forse Marion stesso troverebbe questa espressione discutibile. In regime di fenomenologia, infatti, e prima d’ogni sfida parrocchiale, non si tratta di osservare il fenomeno come esso si dà, tenendo conto dei limiti in cui si presenta. O non si presenta. Un fenomeno che non si vede, infatti, è pur sempre un fenomeno. In questo senso, l’amore non si vede, perché si manifesta. Dove? Nell’amore.

 

L’amore ha dunque il pieno diritto di riprendere il fardello che la filosofia, senza ancora sapere cosa volesse dire, ha posto sulle sue fragili spalle. «L’amore della verità» (2 Ts 2,10), in altre parole del Logos divenuto carne e dunque padrone di ogni vicinanza, riprende cristologicamente la definizione stessa della filosofia, amore della conoscenza. La fede non è quindi priva di razionalità, se si presenta come deve pensarsi: come la fede nella sovrana e povera potenza dell’amore.


 

Note

[1] J.-L. Marion, Fede e ragione, dialogo ancora possibile?, all’interno del volume Vita e Pensiero 5, 2006, AA. VV. (Milano), pp. 73-80. Di qui in avanti, qualora non indicato diversamente, tutte le citazioni di Marion faranno riferimento a questo breve saggio del filosofo francese.

[2] Gv 20,29: «Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”». Sottolineiamo qui, en passant, che per il sapere antico – soprattutto per quello greco – la visione è strettamente legata al sapere. Infatti, il perfetto terzo, il piuccheperfetto terzo e il futuro anteriore del verbo “vedere”, όράω, si traduce con “sapere”.

[3] Gran parte degli sforzi della fenomenologia dopo Husserl provano infatti a pensare la ri(con)duzione non nei limiti dell’ego anarchico ma nelle possibilità aperte dall’alterità (Levinas, Marleau-Ponty, Henry). In questo senso, Marion va oltre, scavando nella profondità dello stesso detto husserliano e arrivando a formulare un quarto principio (così salutato da M. Henry) della fenomenologia: «autant de réduction, autant de donation».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...