L’azione della speranza nell’opera di Moltmann

Ringraziamo Angelo Michele Arcidiacono per il contributo.

L’azione della speranza è da sempre incessante nella storia dell’uomo, fin dai tempi del suo stare al mondo, comprendendosi, raggiungendo il fine ultimo. Sempre vivida, durante il Medioevo, è stata la riflessione teologica sulla speranza. Tommaso d’Aquino (+ 1214) ne dedicò addirittura un intero volume della mastodontica Summae Theologiae.

Per Tommaso la speranza è una virtù cardinale (habitus), che “riveste” eticamente e moralmente la disposizione volontaria dell’uomo nel cammino verso Dio. Il vero dibattito teologico sulla speranza avrà luogo nel ‘900, dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’iniziatore di questa corrente di pensatori e di teologi è Jürgen Moltmann. A lui, scrittore versatile e teologo prolifico, resta il sigillo: “Teologia della Speranza”. Sono tre le opere moltmanniane che hanno simboleggiato l’inizio della “Teologia della speranza”: Teologia della speranza (1964); Il Dio crocifisso (1972); L’esperienza della speranza (1974).

MOLTMANN: TEOLOGIA DELLA SPERANZA – PHILOSOPHICA
Jürgen Moltmann è considerato da molti il massimo teologo evangelico contemporaneo
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Brevissima recensione del Conte di Montecristo

L’edizione Bompiani più recente a cura di V. Latronico (che consiglio)

Il 28 agosto del 1884 usciva la prima “puntata” del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas su Les Journal des Débats.

Sfrutto la ricorrenza per fare una cosa che di solito non faccio mai: consigliare un libro.

Leggere un libro oggi è più difficile rispetto al passato perché – senza scadere in facili e inutili discorsi nostalgici – esistono le Serie TV, esiste Netflix e i nostri ritmi sono così accelerati che non abbiamo tempo da perdere appresso a pagine di carta imbrattate di inchiostro. Dopo una giornata di lavoro ma anche di svacco (cosa di cui sono esperto studiando filosofia 10 ore al giorno), leggere è devastante: meglio spegnere il cervello e farsi trascinare dallo schermo. Va bene così.

Ma questo libro è diverso. Questo libro è esattamente come una Serie TV. Ti trascina dalla prima all’ultima pagina. È un libro straordinario scritto da un genio. C’è tutto, dentro questo libro. L’unico guaio è che dopo averlo letto, ogni altro libro vi sembrerà insignificante. Così, smetterete di leggere un’altra volta.

Comunque sia, leggetelo!

Un calcio al vuoto dell’esistenza. Albert Camus e il pallone

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Albert Camus (1913-1960)

Introduzione. Distogliere dal mito della citazione sulla morale

La genesi del rapporto tra Albert Camus e il calcio è spesso ridotta alla celebre – quanto inesatta – citazione che recita: “Ce que je sais de la morale, c’est au football que je le dois” (Quel che so della morale lo devo al calcio). Come cercheremo di mostrare, però, queste parole riassumono in modo approssimativo sia 1) il rapporto di Camus col pallone sia 2) il ruolo che questo sport ha avuto sul Camus politico, letterato, filosofo. Continua a leggere “Un calcio al vuoto dell’esistenza. Albert Camus e il pallone”

È ragionevole credere che

Ripercorrere la storia bibliografica del dibattito fede-ragione è a tal punto proibitivo che sarebbe presuntuoso accennarne qui anche i più rapidi mo(vi)menti di pensiero. In un certo senso, tutta la nostra ricerca – quella faticosa e invisibile come quella meno faticosa e in questo blog visibile – ruota intorno a questi due termini. La fede e la ragione. Perché, però, non “la ragione e la fede”?

Il linguaggio filosofico non è il linguaggio matematico e cambiando l’ordine degli addendi cambia anche il risultato. In questo senso, ma accenniamo il problema senza entrarne nel merito, il titolo di questo articolo tradisce già l’adesione ad una certa filosofia. Sta al lettore giudicare quale.

Ma prima ancora di giocare ad “indovina chi (cosa)”, è bene introdurre, anche in poche righe, l’autore che guida queste rapide riflessioni: Jean-Luc Marion è uno dei massimi esponenti di quella fenomenologia della religione che, studiando con dedizione il pensiero di Edmund Husserl, si è fin da subito interrogata sulle possibilità – parola che Marion innalza al di sopra delle altre in regime di fenomenologia – che questa filosofia apre alla religione. La religione ha dunque bisogno di una filosofia? O anche: la fede ha davvero bisogno della ragione? Il sospetto che la domanda sia vana tradisce un malinteso che Marion smaschera fin da subito: infatti, «la fede ha le sue ragioni e la ragione scientifica le sue credenze»[1]. Continua a leggere “È ragionevole credere che”

La trappola amletica del linguaggio

La tragedia dell’Amleto non si lascia comprendere. La sua ambiguità gioca sull’ambiguità del linguaggio, la stessa attraverso cui noi, proprio adesso, stiamo provando a rendere il non-concetto. L’evidente oscurità dell’opera ha stimolato il commento di illustri pensatori. Il succo del frutto amletico è stato cercato – ma invano trovato – una volta nel celebre “dubbio” (essere o non-essere, e questo non è il problema), un’altra nella decisione (o meglio, nell’indecisione), un’altra ancora nel meta-teatro del terzo atto (scena seconda), e così via. C’è chi in Amleto ha voluto vedere l’eroe romantico per eccellenza (Hegel, ma anche Kierkegaard), chi l’intima coscienza dell’uomo moderno, religiosa e scissa tra paganesimo e cristianesimo (Florenskij), chi, ancora, l’espressione più compiuta del dionisiaco (Nietzsche).

 

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